Corteo Storico
della Real Colonia di San Leucio
Associazione Corteo Storico
della Real Colonia di San Leucio
illeuciano@gmail.com
copyright associazione corteo storico di san leucio


Curiosità locali
REAL COLONIA DI SAN LEUCIO

Storie di famiglie leuciane
Continua il viaggio tra le antiche storie delle famiglie leuciane, custodi di tradizioni, mestieri e legami che ancora oggi vivono tra le strade di San Leucio.
Tra le cinque famiglie con discendenza presenti nella colonia nel 1775, una in particolare ha lasciato un segno profondo nel tessuto umano della comunità: quella del guarda porta Nicola Di Maria e della tessitrice Rosalia Scala.
La loro fu una famiglia numerosa e laboriosa. Ebbero ben undici figli, cresciuti tra telai, filande e la vita operosa della Real Colonia. Una stirpe che, nel tempo, avrebbe contribuito in maniera significativa alla crescita della popolazione leuciana, mantenendo viva la propria presenza sia per linea maschile che femminile.
Quattro dei figli maschi di Nicola continuarono la discendenza all’interno della colonia.
Il primogenito Leucio, nato nel 1776, seguì il mestiere paterno diventando tessitore. Nel 1801 sposò Maria Antonia Viglietti, ma dalla loro unione nacquero soltanto tre figlie, e il ramo maschile si interruppe con lui.
Ferdinando, invece, uomo stimato e laborioso, univa al lavoro di stoffaiolo quello di guarda porta. Viveva nel quartiere San Carlo e sposò Angela Laudiero. La sua discendenza rimase a San Leucio per molte generazioni, fino al 1967, quando il pronipote Umberto, insieme alla moglie Antonietta Sorbo e alla famiglia, lasciò il borgo emigrando altrove.
Il medaglione presente nella foto che accompagna questo racconto ritrae proprio Ferdinando Di Maria in un’immagine originale dell’epoca, preziosa testimonianza della memoria familiare leuciana.
Più incerta è la storia di Tommaso, che sposò Giovanna Eigler: di questo ramo familiare, infatti, il tempo ha custodito poche tracce e le notizie giunte fino a noi sono frammentarie.
È però grazie a Raffaele, stoffaiolo e abitante del Casino Vecchio, che la discendenza diretta del capostipite Nicola è ancora oggi presente a San Leucio. Nel 1819 sposò Francesca Ghidelli, dando inizio a una lunga linea familiare che attraversa i secoli: il loro figlio Antonio sposò Saveria De Vincenzo; da quell’unione nacque Raffaele, marito di Carmela Ruggiero; poi venne Antonio, che nel 1943 sposò Rosa Tartaglione; infine Raffaele, unito a Caterina Rossetti, padre di due figlie che continuano ancora oggi la storia della famiglia.
Ma la forza della stirpe Di Maria non passò soltanto attraverso gli uomini. Anche le donne della famiglia contribuirono a intrecciare legami destinati a durare nel tempo. Tre figlie di Nicola — Teresa, Maddalena e Giuseppa — sposarono infatti tre fratelli della famiglia Batelli, consolidando un’unione tra casati storici della colonia.
Marianna, un’altra figlia, sposò Gennaro Scielzo, mentre Ernestina, figlia di Ferdinando, divenne la terza moglie di Rosario Bologna.
Così, tra matrimoni, mestieri e generazioni, la famiglia Di Maria ha continuato a vivere nella memoria e nelle radici di San Leucio, come un filo prezioso intrecciato nel grande telaio della sua storia.

Continua il nostro viaggio tra le storie delle prime famiglie leuciane.
C’è una storia che parla di lavoro, di radici e di destini intrecciati: è quella della famiglia di Giovan Battista Contini, direttore della Vaccheria, e di Rosa Vitalone. Una famiglia che, fin dagli inizi, ha lasciato un segno nella giovane comunità leuciana.
I loro figli portarono avanti questo legame in modi diversi. Antonio, capo vaccaro, nel 1792 scelse di partire, lasciando San Leucio insieme alla sua famiglia. Domenico, fuciliere, restò e costruì qui il suo futuro: nel 1784 sposò Giuseppa Pane e diede vita a una famiglia numerosissima, con tredici figli. Anche Francesco contribuì alla crescita del casato: sposò Rosa Iadicicco e fu padre di dieci figli.
Con la generazione successiva, i Contini si moltiplicarono come rami di uno stesso albero. Tra i figli di Domenico troviamo Luigi, guarda porta, che nel 1818 sposò Maddalena Somma e ebbe tre figli. La sua vita si concluse tragicamente, segnata da un gesto estremo. Un altro Luigi, suo cugino e figlio di Francesco, sposò nel 1789 Maria Carolina De Negri: dalla loro unione nacque Francesco, che proseguì la storia della famiglia insieme ad Anastasia Pane.
Col tempo, la linea maschile dei Contini si interruppe alla quarta generazione. Ma quella femminile continuò a vivere, a intrecciarsi, a lasciare tracce. Maria e Annunziata, figlie di Domenico, sposarono Donato Bologna e Ferdinando Padula, mantenendo viva la presenza della famiglia nel tessuto della comunità.
E da quei legami nacquero nuove storie. Giuseppa, figlia di Annunziata, sposò Luigi Falché. Le famiglie Bologna e Falché, arrivate nei primi anni di vita della popolazione, sono ancora oggi presenti: testimoni di una storia che continua, generazione dopo generazione.
Una storia fatta di partenze e ritorni, di legami che resistono al tempo.

Storie di famiglie leuciane
Continuiamo il nostro viaggio tra le storie delle famiglie leuciane.
Prima ancora che la Colonia di San Leucio prendesse forma, c’era già chi ne stava tessendo il destino.
Tra le prime presenze spiccano il guardiacaccia Giovanni Miele e la tessitrice Gelsomina Striano. Provenienti da Roccarainola, portarono con sé non solo il loro mestiere, ma una laboriosità tale da essere ricordati come una vera e propria “piccola industria di seta”. Non a caso, furono proprio le famiglie dei custodi del bosco di San Leucio le prime a dedicarsi alla trattura “alla paesana”; tra queste, quella di Giovanni Miele ebbe un ruolo di rilievo. E, secondo le voci del tempo, fu persino la bellezza di sua moglie ad attirare la particolare attenzione di Ferdinando, contribuendo — almeno nell’immaginario popolare — a stimolare il suo interesse per lo sviluppo dell’industria serica.
La loro era una famiglia straordinariamente numerosa: quindici figli, tutti battezzati a San Leucio. Un segno di radicamento profondo, anche se — come spesso accade — solo alcuni rami riuscirono a proseguire nel tempo.
Furono Francesco, Ferdinando, Pasquale e Giuseppe a lasciare tracce nella discendenza.
Francesco, calzettaio, viveva ancora nella Colonia nel 1810, tra telai e filande, ma suo figlio Ferdinando morì a soli sette anni.
Ferdinando ebbe a sua volta un figlio, Francesco, che nel 1831 sposò Maria Grazia Alizieri: dalla loro unione nacque Giovanni, l’unico a raggiungere l’età adulta, ma destinato a partire nel 1840.
Pasquale ebbe due figlie e lasciò la Colonia già nel 1815.
Giuseppe, invece, vide spegnersi il suo unico figlio dopo pochi mesi.
Così, nel giro di poche generazioni, la linea maschile del capostipite Giovanni Miele — ricordato alla sua morte come direttore delle filande — si esaurì nella Colonia.
Eppure, la storia non finì davvero.
Attraverso Lucia, figlia di Ferdinando, che nel 1834 sposò Andrea Carnevale, il sangue dei Miele continuò a scorrere, intrecciandosi ad altre famiglie e ad altre storie.
Come i fili di seta che avevano lavorato per una vita intera, anche il loro destino non si ruppe: cambiò trama, si mescolò ad altri fili e continuò, silenziosamente, a tessere la memoria viva di San Leucio.
Fonte: Carfagna Mario, Saggio sulla popolazione di San Leucio dalle origini della Colonia al 1980.

1775 – Cenni storici di una famiglia di San Leucio
Continuiamo il viaggio tra le famiglie che hanno costruito la storia di San Leucio.
Nel 1775, tra i suoi abitanti, troviamo una coppia arrivata da lontano: Giuseppe Adornato, guardiacaccia, e sua moglie Caterina Ferro, originari di Lipari.
La loro è una storia fatta di partenze, radici e discendenza.
Ebbero undici figli. Tre morirono in tenera età, e di altri due si perdono le tracce subito dopo il battesimo. Ma è attraverso i restanti figli che questa famiglia ha lasciato un segno nel tempo.
La linea maschile si interruppe già alla terza generazione. Ma quella femminile no.
Ed è proprio grazie alle figlie che, ancora oggi, l’eredità di Giuseppe Adornato continua a vivere nella popolazione di San Leucio.
Tra gli episodi più curiosi, due nipoti – figlie di Francesca – sposarono i fratelli Ferdinando e Michele Scielzo, intrecciando ancora di più i legami tra famiglie del luogo.
E non è tutto: un’altra nipote contribuì a diffondere ulteriormente questa discendenza. Sua figlia Bibbia sposò Nunzio Cristillo, portando avanti una stirpe che è arrivata fino ai giorni nostri.
Una storia che non si è fermata nel Settecento. Forse, più vicina di quanto si possa immaginare.
Fonte: Carfagna Mario, Saggio sulla popolazione di San Leucio dalle origini della Colonia al 1980.

1775 – Cenni storici di una famiglia di San Leucio
Nel 1775, anno di avvio delle registrazioni nei libri parrocchiali, si attesta la presenza nel Sito di cinque famiglie immigrate, alcune delle quali hanno lasciato discendenti tuttora presenti nella comunità.
Tra queste figura la famiglia di Domenico Cucci, guardiacaccia originario della provincia di Cosenza. Tra i suoi figli, l’unico a garantire continuità nel Sito fu Angelo, che nel 1793 contrasse matrimonio con Alessandra Barbera, dalla quale ebbe dieci figli.
Di questi, una parte emigrò, mentre per altri non si hanno notizie relative a matrimoni o discendenza.
Con l’estinzione del ramo maschile, la continuità familiare fu assicurata per via femminile: Maria Grazia sposò Stefano Rossi e dalla loro unione nacque Angela, che andò in sposa a Ferdinando Ghidelli.
La discendenza di quest’ultima unione è tuttora presente a San Leucio, a testimonianza della continuità storica e familiare che attraversa le generazioni.
Fonte: Carfagna Mario, Saggio sulla popolazione di San Leucio dalle origini della Colonia al 1980.

1775 – Le cinque famiglie nel Sito di San Leucio
Nel 1775, il Sito di San Leucio non era soltanto un luogo.
Era un progetto, un’idea nuova di comunità, di lavoro e di futuro.
In quegli anni, diverse famiglie giunsero qui, provenienti da realtà differenti.
Non erano originarie del posto: furono scelte per contribuire alla nascita di un esperimento unico, fondato sul mestiere, sulle regole condivise e sulla dignità del lavoro.
Tra le prime presenze si ricordano cinque famiglie.
Portavano con sé cognomi, competenze e storie personali che, nel tempo, si sono intrecciate con quelle del luogo.
Ciò che ancora oggi sorprende è che alcune di quelle famiglie sono tuttora presenti nella nostra comunità, a distanza di 250 anni.
A ciascuna di esse dedicheremo un piccolo ricordo.
Perché la storia non vive solo nei libri: continua a esistere nei cognomi, nelle case e nelle strade che attraversiamo ogni giorno.

Maestà, oggi consommè alla francese?
“Maestà, oggi consommé alla francese?”
– “No grazie, per me ‘na "Maritata"… che almeno funziona.”
Ferdinando IV e la Minestra Maritata: storia di un matrimonio perfetto
La minestra maritata è molto più di una zuppa. È carne e verdure che si sposano in un connubio di sapori. E a Napoli, a renderla famosa fu Ferdinando IV, il Re Lazzarone.
Amava i piatti popolari, rispettava i rituali della cucina lenta e adorava le erbe selvatiche del Vesuvio. La sua minestra maritata non era solo gusto: era napoletanità, festa e tradizione.
Non solo Natale o Pasqua: a corte la si gustava anche a Carnevale, per celebrare l’abbondanza prima della Quaresima. Carne e verdure, vecchie ricette spagnole e ortaggi locali: tutto insieme in un piatto che racconta la storia dei Borbone e della cucina napoletana.

Le ricette della nonna leuciana - Pastiera di riso
C’è un profumo che sa di casa, di attese lente e mani esperte: è quello della pastiera di riso, dolce antico e delicato, dove ogni cucchiaio racconta una storia.
Ingredienti per la frolla: 300 g farina, 150 g zucchero, 150 g burro, 2 uova, scorza di limone.
Ingredienti per il ripieno: 200 g riso, 500 ml latte, 30 g burro, 250 g ricotta, 250 g zucchero, 3 uova, aroma fiori d’arancio, scorza di limone e arancia, cannella e canditi q.b.
Procedimento:
Il riso cuoce lentamente nel latte, finché diventa crema. Si unisce alla ricotta, allo zucchero e alle uova, profumato con agrumi e fiori d’arancio. La frolla accoglie il ripieno come uno scrigno, decorata con strisce semplici e sincere.
In forno a 170°C per circa un’ora.
E poi si aspetta… perché i dolci più buoni hanno bisogno di tempo.
Dopo 1–2 giorni, ogni sapore trova il suo posto.
Tradizione, pazienza e amore: così nasce la vera pastiera di casa.

La Festa del Papà
In occasione della Festa del Papà, ricordiamo Giuseppe Pane, capostipite di una famiglia che ha lasciato un segno profondo nella comunità di San Leucio.
Tutto ebbe inizio nell’agosto del 1784, quando, presso la nuova fabbrica dei veli e dei cotoni, furono impiegati i fratelli Pietro e Saverio Pane. Giuseppe Pane, giunto da Sorrento e incaricato da Re Ferdinando di sovrintendere alla caccia con le reti, visse per molti anni nella casetta dell’Arco, nel bosco, conducendo una vita semplice e laboriosa.
Morì in età centenaria, lasciando una numerosa discendenza, che contava circa 150 pronipoti. Tra i suoi figli, tutti intelligenti e operosi, quattro si distinsero nell’arte della tessitura.
Dopo il 1799, essi raggiunsero posizioni di rilievo nella fabbrica: divennero direttori delle stoffe e uno di loro ricoprì anche la carica di razionale. Uno dei fratelli, prediletto da Re Ferdinando, riconoscendo i suoi particolari talenti, lo inviò a studiare disegno e tessitura in Inghilterra e, nel 1797, lo nominò disegnatore della fabbrica.
Una storia che attraversa il tempo e parla ancora oggi di radici, di impegno e di valori tramandati: l’esempio di un padre che, con il proprio lavoro e la propria dedizione, ha saputo costruire non solo una famiglia numerosa, ma anche un’eredità morale e umana capace di vivere nelle generazioni successive.

Dedicato ai “mangiatori” di lasagne
A Carnevale, in Campania, la lasagna è un vero rito: sfoglia, ragù lento, ricotta, polpettine e uova sode raccontano una tradizione che attraversa i secoli. Non a caso alla corte borbonica valse a Francesco II di Borbone il soprannome di “Re Lasagna”.
E a pochi passi dalla splendida Reggia di Caserta, nel borgo di San Leucio, dove l’arte della seta ha fatto la storia, anche la tavola diventa tradizione: perché tra fili preziosi e profumo di ragù, il Carnevale ha sempre il sapore ricco e generoso della lasagna.
Buon appetito e Buon Carnevale!

Gli Scagnozzi alla leuciana di nonna Antonietta
Ci sono piatti semplici che raccontano una storia. Gli "Scagliozzi alla Leuciana" nascono da una polenta calda e pochi ingredienti, capaci di trasformarla in qualcosa di speciale. Ogni morso porta con sé il sapore della tradizione e il calore delle mani che li hanno preparati.
Si prepara una polenta di mais, anche istantanea. A cottura ultimata si aggiungono salsiccia secca a dadini, uva passa, ciccioli di maiale (se graditi), formaggio grattugiato (pecorino o grana), sale e pepe q.b., mescolando bene il tutto. Il composto viene steso su un tagliere e lasciato raffreddare, quindi posto in frigo per un’oretta, così da poterlo tagliare facilmente in triangoli.
Una volta fredda, la polenta si taglia e si cuoce in forno o si frigge, fino a ottenere una superficie dorata e croccante. Il contrasto tra l’esterno croccante e l’interno morbido è tutta la loro magia: semplice, rustico e incredibilmente gustoso.
Come ogni ricetta che profuma di ricordi e mani sapienti, l’ultimo ingrediente è la fantasia: capace di trasformare ogni gesto in un’emozione da condividere.
Buon appetito!
